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Messaggio Da chicco Dom Feb 01, 2009 8:08 pm

II. L’ECLISSI DELLA LEGALITÀ

Istituzioni e criminalità
6. La crisi della legalità si manifesta nel nostro paese anzitutto nell’esplosione della grande criminalità, anche se in questa non si esaurisce. Sono preoccupanti, per esempio, l’aumento della piccola criminalità e una facile assuefazione a essa, quasi fosse un male inevitabile. Avviene così che, non solo cresce il numero dei delitti denunciati, che però rimangono impuniti perché i loro autori restano ignoti, ma aumenta sempre più il numero delle vittime dei crimini che non sporgono denuncia, ritenendola del tutto inutile. Ciò rivela una rassegnazione e una sfiducia che vanificano il senso della legalità. Ancor più preoccupante è la presenza di una forte criminalità organizzata, fornita di ingenti mezzi finanziari e di collusive protezioni, che spadroneggia in varie zone del paese, impone la sua “legge” e il suo potere, attenta alle libertà fondamentali dei cittadini, condiziona l’economia del territorio e le libere iniziative dei singoli, fino a proporsi, talvolta, come stato di fatto alternativo a quello di diritto. Non meno inquietante è poi la nuova criminalità così detta dei “colletti bianchi”, che volge a illecito profitto la funzione di autorità di cui è investita, impone tangenti a chi chiede anche ciò che gli è dovuto, realizza collusioni con gruppi di potere occulti e asserve la pubblica amministrazione a interessi di parte.” vero che l’aumento del tasso di criminalità caratterizza tutte le società industrializzate. anche se tra esse l’Italia non è ancora arrivata ai livelli più alti. Tuttavia non può non turbare profondamente il generalizzato senso di impotenza, di rassegnazione, quasi di acquiescenza di fronte a questo fenomeno, che si configura come dissolutore di una convivenza pacifica e ordinata. Le risposte istituzionali sembrano spesso troppo deboli e confuse, talvolta meramente declamatorie, con il rischio di rendere la coscienza civile sempre più opaca. Manca quella mobilitazione delle coscienze che, insieme a un’efficace azione istituzionale, può frenare e ridurre il fenomeno criminoso. Non vi è solo paura, ma spesso anche omertà; non si dà solo disimpegno, ma anche collusione; non sempre si subisce una concussione, ma spesso si trova comoda la corruzione per ottenere ciò che altrimenti non si potrebbe avere. Non sempre si è vittima del sopruso del potente o del gruppo criminale, ma spesso si cercano più il favore che il diritto, il “comparaggio” politico o criminale che il rispetto della legge e della propria dignità. Una lotta efficace alla criminalità esige certamente una migliore attività di controllo e di repressione da parte di tutti gli organi preposti all’ordine pubblico e all’attuazione della giustizia, come pure la disponibilità dei necessari strumenti materiali e processuali per poter svolgere adeguatamente il proprio compito. Ma ciò non potrà mai bastare se contemporaneamente, come hanno recentemente sottolineato i vescovi italiani, non vi saranno anche una concreta attività promozionale da parte dello stato in certe zone del paese e una mobilitazione delle coscienze dei cittadini “perché sia recuperata, assieme ai grandi valori dell’esistenza, la legalità, e sia superata l’omertà che non è affatto attitudine cristiana (Cool ”.

L’oblio del bene comune
7. La crescita di una più viva coscienza della legalità esige che la formulazione delle leggi obbedisca innanzitutto alla tutela e alla promozione del bene comune, come è richiesto dalla natura stessa della legge. Ciò equivale a ricondurre l’azione politica alla sua funzione originaria, che consiste nel servire il bene di tutti i cittadini con particolare attenzione ai più deboli. Ma si deve rilevare, purtroppo, una sempre maggiore marginalizzazione di un’autentica azione politica. I1 progressivo sviluppo della società e il tumultuoso svilupparsi delle soggettività nel campo privato e pubblico hanno portato a coltivare più l’interesse immediato dei particolarismi che il bene comune, con una conseguente gestione riduttiva della politica. Anziché un inserimento vivo e costruttivo delle formazioni sociali intermedie nel complessivo contesto della vita pubblica organizzata si è progressivamente realizzata una privatizzazione del pubblico. Così, di fronte a una società proliferante, lo stato è divenuto sempre più debole: affiora l’immagine di un insorgente neo-feudalesimo, in cui corporazioni e lobbies manovrano la vita pubblica, influenzano il contenuto stesso delle leggi, decise a ritagliare per il proprio tornaconto un sempre maggiore spazio di privilegio. Il legittimo e utile dispiegarsi dell’autonomia dei singoli e dei gruppi esige, per essere fecondo, un forte e unitario quadro di riferimento, che può esistere solo in una democrazia politica ricca di valori, come afferma il papa nell’enciclica Centesimus Annus (9). Questa forma di democrazia politica saprà respingere ogni agnosticismo e ogni relativismo e puntare su di un programma di sviluppo capace di vincere l’episodicità dei desideri espressi dalla base e in grado di disporre strumenti adeguati per incanalare e mediare le spinte che emergono nella società. Ma questo è diventato oggi particolarmente difficile, per varie ragioni. Anzitutto: per la debolezza dei partiti, sempre meno capaci di ascoltare i bisogni reali delle persone, di elaborare programmi coerenti e di costruire processi durevoli di sviluppo, di mediare tra gli opposti interessi; condizionati sempre più dalla necessità di raccogliere il consenso a ogni costo e appiattiti nella pragmatica gestione del potere, fino a ridursi talvolta al ruolo di agenzia di occupazione e di lottizzazione dei diversi ambiti istituzionali. Inoltre: per la debolezza di una cultura che si è sottomessa eccessivamente ai partiti, ai quali ha delegato la riflessione sulla realtà sociale in evoluzione e sugli strumenti politici per dominarla e orientarla, dimenticando che “se non esiste nessuna verità ultima la quale guida e orienta l’azione politica, allora le idee e le convinzioni possono essere facilmente strumentalizzate per fini di potere” (10).Infine, per la frammentazione individualistica della partecipazione alla vita sociale, che ha portato a una corsa generalizzata all’appropriazione delle risorse comuni sulla base della legge che il più forte ottiene di più, rovesciando in tal modo la logica retributiva e distributiva sottostante allo stato sociale.

L’asservimento della legge
8. In questo contesto non fa meraviglia che la stessa determinazione delle regole generali di convivenza risulti in qualche modo inquinata. Le leggi, che dovrebbero nascere come espressione di giustizia. e dunque di difesa e di promozione dei diritti della persona e da una superiore sintesi degli interessi comuni, sono spesso il frutto di una contrattazione con quelle parti sociali più forti che hanno il potere di sedersi, palesemente o meno, al tavolo delle trattative, dove esercitano anche il potere di veto. Tutto ciò ha portato a elevare al massimo il potere ricattatorio di chi ha una particolare forza di contrattazione, ad aumentare il numero delle leggi “particolaristiche” (cioè in favore di qualcuno) e a ridurre invece drasticamente le leggi “generali”, vanificando così le istanze di chi non ha voce né forza.Per le stesse ragioni il parlamento corre il rischio di essere ridotto a strumento di semplice ratifica di intese realizzate al suo esterno, con il conseguente impoverimento della funzione delle assemblee legislative. Anche all’interno dei partiti il gruppo di vertice può giungere a imporre le sue scelte sulla base di contrattazioni fatte all’esterno dei partiti stessi. Per questa via le leggi corrono il rischio di farsi sempre meno strumento di meditata e condivisa regolamentazione dei problemi che vanno emergendo nella società e sempre più pura ratifica dell’esistente, cioè delle conquiste che, in assenza di una regolamentazione giusta ed efficace, il potente di turno ha realizzato. Nell’ambito poi dei diritti fondamentali della persona vengono promulgate delle “leggi manifesto” che proclamano solennemente alcuni valori, ma che, in mancanza di strutture e di risorse adeguate, naufragano al primo impatto con la realtà.

Meno leggi, più legge
9. Altri fatti che contribuiscono alla messa in crisi del senso di legalità nel nostro paese sono l’eccessiva produzione legislativa, la sua scarsa chiarezza e la frequente impunità dei trasgressori. A questo proposito i vescovi italiani hanno già richiamato l’esigenza di una “legislazione efficace, non farraginosa, non ambigua, non soggetta a svuotamenti arbitrari nella fase di applicazione, adeguata a garantire gli onesti da qualsiasi potere occulto, politico o non che esso sia”. (11)Invece, assistiamo spesso a una produzione legislativa pletorica e incoerente, che sviluppa una disciplina rigorosissima su taluni aspetti minuti della vita quotidiana, mentre è lacunosa, o tace del tutto, su altri settori di grande importanza che riguardano la persona umana. Nel primo caso, il cittadino si trova sommerso da una colluvie legislativa entro la quale tante volte si smarrisce. Nel secondo caso, si trova di fronte a un vuoto legislativo, e quindi senza una norma, in settori di grande responsabilità. A ciò si aggiunga il lessico oscuro, i difetti di coordinamento fra legge e legge, l’ambiguità interpretativa. I1 disagio dei cittadini, sperduti nella selva della proliferazione legislativa, costretti a consultare gli esperti, ricevendone spesso una speculare incertezza, frastornati dai contrasti interpretativi della stessa giurisprudenza, può favorire, alla lunga, una generale sfiducia nella legge, quando le sue ragioni paiono incomprensibili e i suoi precetti impraticabili. Inoltre una simile proliferazione, insieme con l’aumentato numero delle trasgressioni, provoca un intasamento giudiziario, che impedisce di concentrare le forze sulle violazioni che mettono realmente in pericolo i beni fondamentali della collettività, favorendo in tal modo un tardivo intervento penale per queste violazioni. A tutto ciò va aggiunto il fatto che le violazioni della legge non hanno spesso un’effettiva sanzione o perché sono carenti le strutture di accertamento delle violazioni, o perché le sanzioni arrivano in ritardo, rendendo in tal modo conveniente il comportamento illecito. Anche la classe politica, con il suo frequente ricorso alle amnistie e ai condoni, a scadenze quasi fisse, annulla reati e sanzioni e favorisce nei cittadini l’opinione che si può disobbedire alle leggi dello stato. Chi si è invece comportato in maniera onesta può sentirsi giudicato poco accorto per non aver fatto il proprio comodo come gli altri, che vedono impunita o persino premiata la loro trasgressione della legge. Tutto ciò può innestare una generale e pericolosa convinzione che la furbizia viene sempre premiata, che il “fai-da-te” contro le regole generali dello stato può essere considerato pienamente legittimo, che il “possesso” di un bene ottenuto contro la legge è motivo sufficiente per continuare a tenerlo, e che è logico e giusto ratificare il fatto compiuto, indipendentemente dalla sua legale o illegale realizzazione. Se si pensa, infine, alla stretta connessione che intercorre tra moralità e legalità, non si può non attribuire anche ad alcune leggi civili, come ad esempio quelle sul divorzio e sull’aborto, la responsabilità di alimentare una cultura individualistica e libertaria; anzi queste stesse leggi, permettendo la trasgressione morale, abbassano e deformano il senso della legalità. In realtà è del tutto impossibile togliere la valenza educativa, o positiva o negativa, della legge.

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Messaggio Da federico Sab Feb 21, 2009 10:31 am

Vi segnalo un intollerabile caso di mala giustizia, ampiamente descritto nel mio articolo dal titolo: "Eclissi della giustizia: un caso emblematico", presente nel mio blog

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